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Chi ha avuto un malato terminale in casa conosce l'importanza del fattore tempo. Quando hai nella testa un orologio che ti tormenta sullo scadere dei giorni, dei mesi, delle ore, ti sforzi di vivere gli attimi, di inventare una nuova unità di misura che lo rallenti. Smetti di dire "non vedo l'ora", smetti di dire "menomale che è passato" perché hai un nuovo rispetto del tempo. Poi, quando il conto alla rovescia finisce e il ticchettio nella testa si ferma, ricominci a correre verso l'eternità. Il 2016 è stato l'anno più lungo della mia vita, l'ultimo con mio padre, il più intenso. Se riuscissimo a capire che ogni anno è irripetibile, che non torna, daremmo un senso diverso ai giorni e non ci permetteremmo di dire "che anno di merda il 2019". Io non ci riesco sempre, ma mi auguro e vi auguro di avere sempre rispetto del tempo, è l'unica cosa che abbiamo. Forse. Non trattiamola male.
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Il mio primo articolo riguardava l’emblematica morte di Antonio Corte,
uno straordinario giornalista corrispondente da Parigi de “Il Mondo”.
Uomo che non faceva compromessi, non “teneva famiglia” e non si vendeva
per una bistecca. Scoprii che lo stress di essere un giornalista libero,
in un paese di leccascarpe, gli aveva scatenato un suicidio nel sangue.
E che dei batteri del nostro organismo, di solito innocui, possono
trasformarsi in kamikaze. Sono diventato giornalista professionista a
ventitré anni, il giorno dopo l’editore de "Il Globo" mi ha licenziato
perchè, nonostante avessi scritto più di trecento articoli, mi ero
permesso di fare l’esame sottraendomi alla mia condizione di "negro".
Nonostante le promesse, la redazione non ha fatto un’ora di sciopero per
me, ma due giorni per un aumento di cinquemila lire. La settimana
successiva sono stato ricoverato per una broncopolmonite fulminante di
origine sconosciuta e, dopo un mese tra la vita e la morte, sono stato
salvato da un nuovo antibiotico non ancora in commercio. I batteri erano
della stessa famiglia di quelli che suicidarono Antonio Corte. Grazie a
questa esperienza ho scritto il mio primo racconto, s’intitolava "La
sfida". L’ho bruciato insieme a tutte le centinaia di poesie scritte dai
14 ai 24 anni. E non si sa perché. Dal 1974 al 1976 ho inviato racconti
e poesie a tutti i giornali d’Italia. Nessuno mi ha mai pubblicato o
risposto. Nel 1976 "La Fiera Letteraria" mi ha pubblicato due poesie.
L’articolo di presentazione cominciava così: "Chi lo dice che in Italia
non esistono più poeti? Noi ne abbiamo scoperto uno…" Lo ricordo come
uno dei giorni più emozionanti della mia vita. Anche in questo caso,
rammento un solo verso di quella poesia giovanile: “Oggi ha sempre lo
stomaco pieno/ e la gente lo nota come avesse mangiato suo padre”. Letto
il quale si capisce perché sono entrato in analisi.
Nel
1977 ho cominciato a lavorare per Radio Rai, per la quale sono sempre
rimasto un collaboratore esterno. Poi un direttore che non nomino, dopo
il successo del Mercante di Fiori e soprattutto di Alcatraz, mi ha
scritto che “non si capisce perché devo lavorare per le sue radio”.
Spero che prima o poi qualcuno lo cacci e la Rai torni ad essere un
servizio pubblico, non un fatto personale. [...]