martedì 20 maggio 2008

GELIDO CUORE DI CANE [IT. Domenico BRAVO]

1
Come le altre sere, l’antiquario chiuse la bottega quando il signor Horvat attraversò la strada portandosi sul marciapiede opposto, girò la chiave nella serratura e diede un’ultima occhiata al negozio, prima di spegnere la luce e salire le scale che conducevano all’appartamento al piano superiore. Come le altre sere, quando aprì la porta d’ingresso il buio che premeva sui suoi occhi gli rammentò il silenzio e il vuoto stesi sulla casa come sudari.
E l’angoscia gli gocciolò nel cuore.
Tastò al buio la parete in cerca dell’interruttore, che fece scattare qualche secondo più tardi. Si avvicinò all’acquario con l’automatismo e l’involontarietà proprie dell’abitudine, si chinò e batté la punta dell’indice su una parete di vetro. Quel gesto scatenò la fuga dei animali nella loro prigione. L’uomo seguì senza interesse la loro ritirata dietro le rocce di sughero, tra l’ondeggiare delle alghe. Si tirò su e avanzò verso la cucina, dove piatti e vivande lo attendevano dal pomeriggio al gelo del frigorifero.
Come le altre sere, apparecchiò anche per la moglie – due piatti, due bicchieri, due forchette, due coltelli, due tovaglioli, una bottiglia d’acqua e una di vino, il cesto con la frutta – ma cenò da solo.
E pianse.
Solo per pochi secondi, ma erano le lacrime dense di dodici anni di assenza e solitudine. Ogni boccone di quella carne era un sasso che appesantiva l’anima, ogni sorso di quel vino un ricordo che trafiggeva il cuore come spilli roventi. Consumò la cena lentamente, per ritardare il sonno. Masticò a lungo l’ultimo boccone, se lo rigirò nella bocca, ci giocò con la lingua e quando venne il momento di mandarlo giù, chiuse gli occhi.
Michele Anselmi aveva cinquantaquattro anni, da diciotto il negozio di antiquariato e da dodici anni aveva perso la moglie. Mentre ripuliva il tavolo, pensò a quanto gli mancassero le sue risa, il suono della sua voce, le sue tenerezze da casalinga, la semplicità delle sue parole. E si maledisse. Come le altre sere, si maledisse per quella distrazione, per aver comprato una macchina, per avere
imparato a guidare. Maledisse se stesso, la strada, l’estate e la notte che la portò via.


2
“Agata, tesoro, perché non reclini un po’ il sedile e dormi?”
“No, mi piace guardare la strada
“Manca ancora un po’.”
“Piuttosto, vuoi che guidi un po’ io?”
“Ce la faccio.”


3
Michele andò in camera, indossò il pigiama e si mise a letto, tirando le coperte fino al mento. Restò a fissare il soffitto per un tempo lunghissimo, prima di far sbucare una mano da sotto le coperte e spegnere l’abat-jour sul comodino. Adesso sul soffitto guardava le ombre proiettate dalle luci della strada, mentre aspettava pazientemente e inesorabilmente l’arrivo del sonno, col suo carico di pene.


4
La macchina fila lungo la strada fiocamente illuminata dai lampioni in quella calda sera d’estate. Un vento umido e leggero produce un fruscio appena percettibile fra i rami degli alberi ai lati della strada e il ruscello è troppo lontano per far giungere la voce delle proprie acque fino alla strada. Michele e Agata tornano da una visita di cortesia agli zii di lui. Agata tiene a fatica gli occhi aperti nel tentativo di tener compagnia al marito fino a casa, senza riuscirci.
“Ce la faccio.”
Poco dopo aver pronunciato quelle parole, anche Michele chiude gli occhi, sopraffatto dal sonno.
“Ce la faccio.”
Sono le ultime parole che lei sentirà.
“Ce la faccio.”
La macchina si sposta sulla carreggiata opposta, puntando un albero dal grosso tronco. Agata apre leggermente gli occhi poco prima dell’impatto.


5
Un rumore.
Nel preciso istante in cui i suoi occhi si chiusero, un rumore proveniente dal negozio lo svegliò.
“Cos’è stato?” bisbigliò.
Spostò le coperte, scese dal letto e accese la luce.
“Il vento.”
Fuori, l’aria era ferma come un urlo pietrificato.
“Forse ho dimenticato aperto uno scuro.”
Infilò le pantofole e si apprestò a scendere, quando un altro rumore lo paralizzò sull’uscio della camera. Nessuna dimenticanza, nessuna distrazione o inesattezza nei decennali e automatici gesti di chiusura dell’esercizio.
Un passo.
Il rumore nuovo e inatteso riempì il suo cuore di gelo.
Un altro.
Le sue mani pendevano in fondo alle braccia come due inutili appendici.
Ancora uno.
Immobile fra la camera e il corridoio, l’antiquario fissò il vuoto davanti a sé, sopraffatto dal panico che scalava la sua schiena come un gelido insetto, mentre la distanza tra un passo e l’altro diminuiva proporzionalmente alla cura e all’attenzione con cui gli oscuri visitatori attraversavano il negozio.
Ci sono i ladri nel negozio, e quando avranno finito di sotto, verranno qui, svaligeranno anche l’appartamento, ed io non lo posso permettere.
Fu sorpreso dalla determinazione con cui l’ultima frase fece capolino nella sua testa. Con la coda dell’occhio vide il telefono che ammiccava dal comodino, in attesa di essere utilizzato per la più ragionevole delle scelte, ma fermezza e avventatezza guadagnavano sempre più terreno dentro di lui. Decise così che non avrebbe chiamato la polizia.
Il rumore di qualcosa che cadeva al suolo lo riportò indietro dal paese del torpore e lo costrinse a muovere il primo passo verso la rivelazione. Attraversò il corridoio, aprì la porta d’ingresso e, quando si trovò davanti alla rampa di scale che scendevano fino al negozio, dovette raccogliere tutto il suo coraggio per non girarsi e tornare indietro, al riparo fra le coperte. Respirò profondamente e si accinse a percorrere quelle scale che sembrava non avessero una fine. In pochi secondi fu a metà della rampa. Dal punto in cui si trovava, poteva udire più chiaramente quei rumori: piedi che si spostavano da una parte all’altra del negozio, mani che frugavano tra i banchi e le mensole. All’improvviso sentì il rumore di vetri che si rompevano. Non erano quelli delle teche. Si trattava di vetri più fragili. Quando giunse in fondo alle scale e fece scattare su e giù più volte l’interruttore, capì che i ladri avevano mandato in frantumi le lampadine.
Il negozio rimase immerso nell’oscurità.
La luce sottile che filtrava dalle fessure degli scuri era incapace di tenere a bada il buio. Michele fu sopraffatto dalla madre di tutte le paure e per un attimo considerò la possibilità di correre su per le scale, chiudere la porta alle sue spalle e lasciare che quei furfanti gli svaligiassero il negozio mentre la polizia attraversava pigramente la città alla volta della bottega.
“Chi c’è?” pronunciarono inaspettatamente le sue labbra. E in quel preciso istante il silenzio ingoiò ogni rumore. Michele ebbe la sensazione, sgradevole ma anche confortante, che la sua mente gli avesse giocato uno scherzo. Ma durò solo un istante, perché dal fondo del negozio, proprio nel punto in cui una chiazza di luce, allargandosi sul pavimento, lasciava intuire che una finestra era stata aperta, risuonò una voce.
“Via!”
Michele vide alcune ombre muoversi nel buio, attraversare il negozio in direzione dell’unica via di fuga. Una di esse gli sfiorò il braccio mentre si precipitava a raggiungere i compagni, la stessa che urtò bruscamente una statua prima di svanire con un balzo al di là della finestra. L’antiquario osservò l’oscillazione della statua, notò che i suoi moti pendolari si allargavano sempre più come cerchi nell’acqua e capì che sarebbe rovinata al suolo. Fece un scatto, tese le braccia e sostenne la statua prima che piombasse a terra. Ma la statua era di marmo pesante e lui dovette spingerla con tutte le sue forze, facendo leva con la spalla, per restituirle stabilità. Quindi si precipitò alla finestra, che non era stata forzata, e la richiuse. Solo allora, il suo cuore riprese a battere con regolarità.
Attraversò il negozio, sforzandosi di individuare eventuali danni, ma era troppo buio perché potesse notarli.
“Se hanno rubato o rotto qualcosa, lo scoprirò domani.” Si fermò, si guardò indietro. “Adesso ho solo voglia di tornare in camera. Di tornare in camera e dormire.”
Cominciò a salire.
“Certo che l’ho scampata bella. Domani chiamerò anche la polizia. Anzi, domani andrò alla polizia e denuncerò l’accaduto.”
Entrò in casa e si richiuse la porta alle spalle.
“Domani.”


6
Un gran fracasso di vetri e lamiera.
Agata che viene catapultata contro il parabrezza, sfondandolo con la testa.
Michele vede il suo volo concludersi oltre l’auto. Percepisce un dolore alla testa, uno al collo e uno al petto. Tre dolori in cambio della salvezza.
Al di là di quel che resta del parabrezza, riesce a vedere solo l’albero e il fumo che si libra dal cofano accartocciato. Vorrebbe spalancare la bocca e urlare, ma riesce solo a portare una mano sul petto, alla cintura che lo ha tenuto saldo al sedile, prima di chiudere gli occhi e scivolare nella notte.


7
“Ci mancava solo questa.”
L’antiquario tornò a sdraiarsi sul letto.
Sentiva la morsa della paura allentarsi sempre di più. C’era stato un momento, di sotto, in cui aveva creduto che il cuore stesse per esplodere come un palloncino troppo gonfio. E quando aveva parlato, aveva avuto la sensazione di aver lanciato più una richiesta di aiuto che una seppur grottesca sfida ai malviventi.
Aveva avuto paura, ma anche coraggio da vendere.
Mentre si copriva, Michele chiarì a se stesso che non si era trattato di coraggio, ma di stupidità. Solo uno sciocco avrebbe agito allo stesso modo, invece di chiamare la polizia. E lui era stato più che sconsiderato. Fece scattare l’interruttore dell’abatjour e respirò profondamente.
Volevi che accadesse.
Guardò le ombre sul soffitto.
Sei sceso perché speravi che ti capitasse qualcosa, ammettilo.
Cominciò a girarsi e rigirarsi nel buio finché non strappò il lenzuolo dal materasso.
Ma ti sei salvato di nuovo.
“Non è giusto,” sussurrò.
L’eco di quelle parole lo scortarono lungo i sentieri fluttuanti della stanchezza, e la camera cominciò ad allargarsi e a restringersi, finché i suoi contorni non si sciolsero nella nebbia del sonno, alle cui porte bussò, con irritante regolarità, il sogno che lo braccava ormai da anni.


8
Michele è al volante della sua auto.
Accanto a lui, Agata lo guarda e parla con un’espressione raggiante. Di tanto in tanto, lei si volta a guardare qualcosa sul sedile posteriore.
Dallo specchietto retrovisore, Michele vede due bambini che sonnecchiano, l’uno appoggiato all’altro, e sorride.
Viaggiano lungo una strada ai cui lati sfilano alberi in fiore.
È la strada che percorrono ogni volta che tornano a casa dopo aver fatto visita agli zii di Michele. Agata indica al marito un albero, uno dal tronco largo. Quando sono abbastanza vicini, Michele vede un cuore inciso nella corteccia al cui interno sono scolpite le loro iniziali.
Lui guarda la moglie e le accarezza la guancia con una mano.


9
“A che ora è successo?”
“Erano le dieci, credo.”
“Erano le dieci,” ripeté il poliziotto, mentre compitava le stesse parole sulla tastiera del computer.
Michele si era svegliato presto, quella mattina, e dopo aver dato un’occhiata al negozio, si era precipitato alla più vicina stazione di polizia per denunciare l’accaduto. I ladri non avevano portato via nulla, si erano limitati a far rumore e a mettergli paura. Come aveva notato la sera stessa, la finestra non era stata forzata e il vetro era intatto, e questo poteva significare solo che non l’aveva chiusa bene o che non l’aveva chiusa affatto. Sul pavimento erano sparsi i frammenti di vetro delle lampadine, che avrebbe raccolto di ritorno dal posto di polizia.
“Allora, è sicuro che non abbiano portato via nulla?” chiese il poliziotto.
“Sicuro,” rispose Michele.
“Ha controllato bene?”
“Credo di sì.”
“Crede?”
Michele esitò un istante. “Ho controllato bene,” rispose infine.
“Allora posso scrivere che non è stato rubato nulla?”
“Deve scriverlo,” rettificò Michele, “dal momento che le ho appena detto che non manca niente dal negozio.”
“Lo scrivo, allora.”
“Lo scriva.”
Sulla via del ritorno, Michele incontrò il signor Moretti, sindaco della città.
“Gesù,” fu la risposta del sindaco al termine del racconto di Michele. “E lei stai
bene?”
“Sì, grazie.” Sorrise. “Appena hanno sentito la mia voce, sono corsi via.”
“Mascalzoni.”
“Dovrò comprare delle lampadine.”
“Be’, poteva andare peggio,” commentò il signor Moretti.
“Già,” rispose Michele.
Non è giusto.
Michele accennò un sorriso e cercò di ricacciare quella voce nei recessi della
mente.
Non è giusto.
“Ma perché rubare quadri, vasi e cose di questo genere?” chiese il sindaco.
“Voglio dire, non si tratta di oggetti di grande valore. Belli, questo è fuor di dubbio, ma quelli che lei ha in negozio non sono certo pezzi da museo.”
“No, non lo sono.”
“Senza offesa.”
Michele annuì. “Certo.”
“Ora devo andare,” disse il sindaco, mettendogli una mano sulla spalla. “Grazie al cielo, non le è capitato nulla. E le prometto,” disse con determinazione il sindaco, “le prometto che mi attiverò all’istante perché i colpevoli siano scovati.”
“Grazie mille.”
“Non deve ringraziarmi, signor Anselmi, perché io sono il sindaco di questa città
e il mio dovere è assicurare giustizia e tranquillità ai miei cittadini.”
“Bene,” si limitò a rispondere Michele.
“A presto.”
“A presto.”
Guardò il sindaco mentre si allontanava e pensò di non aver mai conosciuto uomo più infido e inaffidabile di Raffaele Moretti.
Prima di tornare a casa, si fermò in un negozio di materiale elettrico per comprare le lampadine. Erano le undici del mattino, quando si mise a lavoro per ripulire la bottega. Prima spazzò via il vetro dal pavimento, montò le lampadine nuove nei rispettivi portalampade e alla fine rimise ordine fra i ripiani.
Mentre riportava un vaso, che era stato messo nel reparto dei candelieri, accanto ai suoi consimili, un rumore alle sue spalle lo fece trasalire.
“Chi è?” balbettò, girandosi.
Ma dietro di lui non c’era nessuno.
“Che stupido,” si disse. “Chissà per quanto tempo mi lascerò impaurire dal
minimo rumore”
Riprese il lavoro.
Qualche minuto più tardi, udì nuovamente quel rumore.
“C’è qualcuno?”
Non ottenne risposta.
Il suono che aveva sentito era una specie di cigolio, come qualcosa ce cercasse di disincastrarsi. Perlustrò la bottega da cima a fondo, controllò in ogni angolo. Mentre si muoveva cauto fra le pareti del suo negozio, considerò la possibilità che insieme ai ladri, la sera passata, si fosse intrufolato anche un animale. Un gatto, per esempio. O, nella peggiore delle ipotesi, un topo. Un topo in bottega sarebbe stato un problema molto serio.
Quelli rosicchiano ogni cosa.
Inoltre, non sarebbe stata una buona pubblicità.
Nessuno entrerebbe in un negozio con un topo come giovane di bottega.
Continuò a cercare, ma non trovò nulla.
Alla fine, concluse che si trattava solo di autosuggestione o dello scricchiolio di un tavolo che si assestava.
Quando tutto fu finalmente in ordine, l’antiquario aprì il negozio al pubblico.
Quel giorno, gli affari andarono piuttosto bene.
Una signora acquistò ben due vasi e tre candelieri, un quadro con la cornice dorata e un posacenere risalente ai primi del novecento. La signora era una sostenitrice del fumo, e lui lo intuì guardando le sue dita sporche di nicotina e i denti solcati da venature giallastre. Doveva avere almeno settanta anni, ma non era una brutta donna. Era solo un po’ trascurata, ma sicuramente piena di soldi, come dimostrava l’insieme disordinato di gioielli al collo e ai polsi e la pelliccia sulle
spalle. Parlava bene, ma quando lo faceva, Michele doveva trattenere il fiato per non respirare l’alito pestilenziale della donna che lo avrebbe sicuramente stordito.
Poi arrivò un ragazzo che cercava qualcosa di speciale per la madre che compiva gli anni proprio quel giorno. Michele gli mostrò uno splendido candeliere in ferro battuto e avorio che raffigurava una donna distesa fra intrecci di rami che sorreggeva due boccioli di vetro, e lui lo prese senza pensarci due volte.
Nel pomeriggio, entrò una donna con una borsetta gialla subito attratta dalla statua di marmo bianco che intravide dalla vetrina, la stessa che la sera prima aveva rischiato di ridursi in frantumi. La donna chiese quanto costasse e Michele le disse il prezzo, che lei accettò senza opporre la minima resistenza, per nulla decisa a negoziare. Ma quando l’affare pareva ormai concluso, la donna si accorse che dal braccio della statua mancava un frammento di marmo. Michele guardò a sua volta e notò la scheggia mancante proprio ai piedi della statua, vicino al basamento.
“Le chiedo scusa,” disse Michele.
“Non importa,” rispose lei. “Peccato, però.”
“Probabilmente è accaduto ieri sera, quando dei ladri sono entrati nel mio negozio.”
“Oh, mi dispiace.”
La signora andò via senza portare con sé la statua.
“Peccato, già,” commentò Michele.
Quando il signor Horvat attraversò la strada, Michele chiuse il negozio.
Il signor Horvat era un instancabile lavoratore, il più giovane avvocato che lui conoscesse. Entrava in studio al mattino presto, più o meno quando gli edicolanti ricevevano giornali e riviste, e ne usciva quando tutti gli abitanti della città si riunivano attorno al tavolo pronti per la cena.
Solo allora, Michele sapeva che era ora di chiudere.
Non amava gli orologi, e quindi non prestava mai attenzione all’ora. Benché ne avesse di molti tipi e varie misure in negozio, lui non amava gli orologi. Quindi, il passaggio del signor Horvat era come un rintocco di campana, il segnale che annunciava il momento di requie dopo un giorno di lavoro.
Dopo essersi assicurato che tutte le finestre fossero perfettamente chiuse, cosparse il pavimento sotto ognuna di esse di puntine da disegno, così da provocare qualche difficoltà ad altri inaspettati intrusi e si diresse alle scale. Appoggiò le dita sull’interruttore, pronto a farlo scattare, quando una voce alle sue spalle fece sprofondare il suo cuore nella sacca gelida della paura.
“Grazie.”
Michele restò immobile al suo posto, tentando disperatamente di spingere giù il nodo di terrore che gli si era fermato in gola. Poi, finalmente, raccolse quel che restava del coraggio
Stupidità
della sera precedente e si girò, con una lentezza maestosa e in qualche modo inesorabile. Guardò dritto davanti a sé, ma non vide che la bottega e gli oggetti che la riempivano. Non c’era nessun altro, lì dentro, a parte lui.
Ma si sbagliava.
“Grazie,” ripeté la voce.
Michele cercò inutilmente con gli occhi la fonte di quelle parole, mentre sentiva il battito del suo cuore che accelerava nel petto come una locomotiva impazzita. E quando concluse che non era stato che frutto della sua immaginazione, qualcosa alla periferia dell’occhio destro iniziò a muoversi, producendo il cigolio che quella mattina lui aveva attribuito a un vecchio tavolo che si assestava.
Il braccio della statua di marmo aveva cominciato a muoversi, stendendosi a fatica, come un ingranaggio arrugginito, e scoprendo un seno rimasto celato a lungo. Una nuvola di polvere bianca si levò dall’arto e volteggiò in una danza leggera prima di depositarsi sul pavimento, mentre l’altra mano si allontanava dal ventre, mostrando un pube liscio e lucente. Michele osservava il prodigio con un misto di meraviglia e terrore, senza proferire parola. La statua sollevò il volto, che rifletté la luce delle lampade nuove, e fissò il proprio sguardo marmoreo su quello dell’uomo.
“Grazie per avermi salvato,” disse la statua.
Michele non credeva ai suoi occhi, alle sue orecchie, al suo cuore che scalpitava come un cavallo in fuga, ai muscoli incapaci del benché minimo guizzo.
Non sta succedendo.
“E ringrazia da parte mia la signora con la borsa gialla, per aver deciso di non portarmi via da te.”
Non sta succedendo.
“Ho dovuto farlo.”
Che sta succedendo?
“Mi guardava. Mi guardava dalla strada, le piacevo. Sapevo che mi voleva.”
Mostrò all’uomo il braccio scheggiato. “Ho dovuto ferirmi perché lei non mi portasse con sé.”
Michele aprì la bocca, ma non ne uscì alcun suono.
“Grazie.”
Finalmente, l’antiquario si scrollò di dosso il torpore e corse su per le scale fino all’appartamento, abbandonando dabbasso lo stupefacente fenomeno che si era animato davanti ai suoi occhi.
Chiuse la porta a chiave e si precipitò in camera, dove serrò la porta e vi spinse contro l’armadio. Si sedette sul letto, mentre il petto smetteva a poco a poco di sussultare al ritmo frenetico della paura, e cominciò a tormentarsi le mani in cerca di una spiegazione e di una soluzione.
“Non può essere.” Michele scattò in piedi e prese a camminare nervosamente per la camera. “Non può essere.”
Il suo sguardo cadde sul telefono.
“La polizia.”
Si lanciò sull’apparecchio e afferrò la cornetta. Ma quando si rese conto che nessuno avrebbe creduto alla sua storia, quando capì di essere stato l’unico testimone di un evento a dir poco straordinario – e proprio per questo incomprensibile e inaccettabile – lasciò il ricevitore e tornò a sedersi sul letto.
“E adesso che faccio?” Guardò l’armadio appoggiato alla porta, quasi in attesa di una risposta. “Non posso starmene chiuso qui, senza far nulla per liberarmi di quel mostro. Sì, perché devo liberarmene.”
Si alzò, spostò l’armadio e aprì lentamente la porta, assicurandosi che la statua non fosse appostata oltre la soglia, pronta ad assalirlo. E quando fu certo che non aspettasse in corridoio, andò allo sgabuzzino e prese il martello. Quindi respirò profondamente e si preparò ad affrontare la creatura. Aprì la porta d’ingresso con estrema circospezione e iniziò a scendere le scale, con la stessa spiacevole sensazione di gelo che la sera precedente gli aveva percorso la schiena.
Solo che stavolta conosceva l’intruso.
Ammesso che io non stia impazzendo e si tratti solo di un’allucinazione.
Le luci erano accese e dal negozio non proveniva alcun suono. Ma quando fu in fondo alle scale, quando il suo occhio abbracciò la totalità della bottega, ogni speranza di essere impazzito svanì all’istante. In fondo al locale, proprio dove l’aveva lasciata prima di battere in ritirata, stava la statua. Sulle sue labbra giaceva un tenue sorriso.
“Ciao,” disse la statua.
In tutta risposta, Michele mostrò il martello.
“A cosa serve?” chiese lei.
“È un martello,” balbettò l’uomo.
“Ah.”
“E se ti avvicini, sarò costretto ad usarlo.”
“Su di me?”
“Esatto.”
“Perché?”
Michele non era pronto a un dialogo con l’essere che in un attimo aveva spazzato via dalla sua vita ogni logica, ma soprattutto non aveva previsto una domanda di quel genere.
“Perché vuoi usarlo su di me?”
“Perché non so cosa sei.”
“Solo la statua.”
Eri una statua.”
“Lo sono ancora.”
“Tu stai parlando.”
“Lo so.”
“E questo è pazzesco.”
“Pazzesco?”
“Come può una statua parlare?”
“Non lo so,” rispose la statua staccando un piede dal basamento. “Io non lo so.”
“Che stai facendo?” chiese Michele, terrorizzato da quel movimento.
“Cerco di venire a te.”
“No… non ti avvicinare…”
“Voglio ringraziarti.” Anche l’altro piede emerse dall’immobilità cui era stato costretto per anni dal marmo. “Per avermi salvato la vita.”
Michele brandì il martello. “Stai lontana da me.”
“Ti devo la vita.”
“Non avvicinarti.”
Lei non lo ascoltò e mosse il primo passo verso il suo salvatore.
“Non avvicinarti,” ripeté Michele. “Non so cosa sei, ma posso immaginarlo. E non voglio che ti avvicini.”
Lei si fermò. “Non vuoi?” chiese.
Lui esitò. “No.” Stringeva così forte il martello che fece sbiancare le nocche.
“Non voglio.”
“Allora non verrò.”
Michele continuò a tenere alto il martello.
“Perché non vuoi?” chiese la statua.
“Perché sei… sei un demone…”
“Sono la statua.” Il suo sorriso si allargò. “Quella che tu, ieri sera, hai salvato da una morte certa.”
“Io non ho fatto niente.”
“Mi hai sorretto.”
Michele allentò senza accorgersene la presa sul martello.
“Grazie.”
“Smettila di ringraziarmi.” Abbassò l’arma. “E dimmi perché sei qui.”
“Non lo so,” rispose immediatamente la statua. “Per ringraziarti, credo.”
“Non era necessario.”
“Lo era per me.”
“Io non so se tu riesci a capire, ma quel che è successo non capita tutti i giorni. Anzi, credo che non succeda mai. Tu sei una statua, e per quel che ne so la prerogativa delle statue è quella di starsene al loro posto. Tu, invece, ecco che ti muovi. E come se non bastasse, parli.”
“E questo non è bene?”
“No, che non lo è.” Michele posò il martello su un tripode. “È male, molto male. Sai cosa succederebbe se qualcuno scoprisse che c’è una statua che se ne va in giro per il mio negozio?”
“No.”
“Una catastrofe.”
“Oh.”
“E per me sarebbe la fine.” La parola fine lo riportò di colpo alla sera dell’incidente. “E Dio solo sa se non sia meglio per me.”
“Cosa?”
“Niente, era un pensiero ad alta voce.”
“La fine?”
“La fine, sì.” L’antiquario si massaggiò le tempie. “Allora, io non ho la più pallida idea di come risolvere questo problema.”
“Quale problema?”
“La tua presenza… la tua nuova presenza qui, ecco quale problema. E ti assicuro che non è roba da poco. Quindi, finché resterai qui – perché resterai qui – non farti notare. Non dire una parola e non perdere altri pezzi. Non azzardarti a salire in casa, fingi di non sapere che ci sono delle scale che salgono fino al mio appartamento e soprattutto sta’ lontana dalla vetrina. Nessuno deve vederti, per nessuna ragione al mondo.”
La statua annuì.
“Ora io vado a dormire.”
“Buonanotte.”
Solo allora, guardando il suo viso e il sorriso che in esso splendeva di bianco, capì che non c’era nulla di terribile in quella creatura.
E che lui non avrebbe avuto nulla da temere.
“Buonanotte,” ricambiò l’antiquario.
Quindi spense la luce e tornò in camera.


10
Michele è al volante della sua auto.
Accanto a lui, Agata lo guarda e parla con un’espressione raggiante. Di tanto in tanto, lei si volta a guardare qualcosa sul sedile posteriore.
Dallo specchietto retrovisore, Michele vede due bambini che sonnecchiano, l’uno appoggiato all’altro, e sorride.
Viaggiano lungo una strada ai cui lati sfilano alberi in fiore.
È la strada che percorrono ogni volta che tornano a casa dopo aver fatto visita agli zii di Michele. Agata indica al marito un albero, uno dal tronco largo. Quando sono abbastanza vicini, Michele vede un cuore inciso nella corteccia al cui interno sono scolpite le loro iniziali.
Lui guarda la moglie e le accarezza la guancia con una mano.


11
Quella mattina, Michele si svegliò molto presto. Si svegliò prima che gli edicolanti ricevessero giornali e riviste, quindi anche prima del signor Horvat. Scese in bottega, accese la luce e sorprese la statua in piedi davanti a una finestra chiusa.
“Buongiorno,” disse la statua.
“È chiusa, non puoi vedere nulla.”
“Mi piacerebbe.”
“Lo so, ma non puoi.”
“Potrò un giorno?”
Lui esitò. “No,” rispose infine.
Lei si girò a guardarlo. “Mi piacerebbe.”
“Ricorda quel che ti ho detto. Mai e poi mai dovrai farti vedere. Quando il negozio è aperto, tu dovrai startene immobile sul tuo basamento. Potrai muoverti solo quando tutte le finestre saranno state oscurate.”
“Va bene.”
Lui la guardò. “So che ti parrà una prigionia, ma è necessario che tu faccia quel che ti dico. È per il nostro bene.” Si stupì di aver pronunciato quel nostro con una naturalezza inaspettata. “Ora, dimmi, hai fame?”
“No.”
“Certo, sei una statua.”
“Già.”
“Be’, io ne ho tanta. Ieri non ho mangiato nulla. Adesso vado in cucina, preparo del caffè e un paio di fette di pane e torno qui.”
Lei lo guardava e sorrideva.
“Abbiamo tante cose da dirci, io e te.” Si diresse alle scale. Si fermò. “Promettimi che non ti avvicinerai mai alle finestre.”
“Te lo prometto.”
Non sapeva cosa lo avesse spinto a credere alla promessa della statua, ma era sicuro che l’avrebbe mantenuta. Cera qualcosa, nella sua voce, che incantava e induceva a credere alle parole che essa pronunciava. Mentre faceva le scale, Michele si ritrovò a constatare che di tutte le promesse ascoltate, di tutti i giuramenti fatti, quello recitato dalla statua gli parve il solo destinato a durare in eterno.
Preparò il caffè, spalmò burro e marmellata sulle fette di pane e tornò in negozio.
“È presto,” disse. “Tanto vale fare quattro chiacchiere.”
La statua annuì.
Parlarono per ore.
Michele raccontò alla statua di averla comprata quattro anni prima da un anziano signore che aveva deciso di svuotare la propria casa prima di venderla al miglior offerente. Le disse di averla notata subito, perché si trovava proprio davanti a un’immensa vetrata decorata, tra due rampe di scale, da cui filtrava la vivida luce del mattino che cresceva d’intensità riflettendosi sul bianco lucido del suo marmo. Lui era rimasto a fissarla per molto tempo, come un eletto dinanzi alla prolungata apparizione di un essere celeste, e non aveva avuto dubbi sull’acquisto che avrebbe fatto quel giorno. Le disse che un paio di volte, durante quegli anni, era stato sul punto di venderla, ma alla fine i clienti avevano deciso di acquistare qualcosa di meno ingombrante. Le raccontò dei ladri e di come era riuscito a salvarla e, per l’ennesima volta, la statua lo ringraziò. E quando la statua gli chiese informazioni sulla sua vita, Michele tacque per qualche secondo, riluttante a narrare le vicende del suo dolore e la colpa che lo stringeva alla gola come un bandito nella buia e desolata strada della sua esistenza. Alla fine, decise di parlare. E quando giunse al termine del racconto, ebbe la sensazione che la statua stesse piangendo. Sapeva che era impossibile, ma gli parve che i suoi occhi si sforzassero di cacciar fuori pesanti lacrime. E solo allora, sentì i rumori che provenivano dalla strada.
Tutta la città si era svegliata.
“Bene,” concluse lui. “Credo sia ora di aprire.”
La statua si diresse al basamento, e lui rimase sorpreso nel vedere che assumeva la stessa posizione che aveva mantenuto fino al giorno precedente, quando la si poteva ancora definire una statua a tutti gli effetti.
“Buona giornata,” disse la statua.
“Buona giornata anche a te.”
L’antiquario spalancò gli scuri e la luce del mattino irruppe all’interno del negozio, sopraffacendo quella delle lampadine. Solo allora, Michele si rese conto di non aver fatto colazione.
Dopo pranzo, Michele ricevette la visita della signora Simonelli.
“Buongiorno, signora Simonelli.”
“Ho saputo cosa è accaduto l’altra sera.” Lei gli si avvicinò, ansiosa. “Come sta?”
“Bene, grazie.”
“Le hanno fatto qualcosa?”
“No.”
“Hanno rubato…”
“Li ho messi in fuga prima che fosse troppo tardi.”
“Io mi chiedo cos’abbia nel cervello, certa gente.” Mentre parlava, si guardava intorno. “Un giorno qualcuno si sveglia, esce di casa e comincia a dare di matto.”
“Capita,” disse lui senza pensare.
“Capita?” La donna diventò rossa in viso. “Capita, dice? Be’, non dovrebbe capitare, invece. Questa gente dovrebbe restarsene chiusa in casa e lasciare in pace gli onesti cittadini, che non si aspettano certo di ritrovarsi un buco nel bel mezzo della fronte mentre passeggiano serenamente.”
Michele era disorientato. “Ha ragione…”
“Certo che ho ragione,” chiocciò lei. “Ho ragione da vendere.”
“Signora Simonelli,” disse lui con estremo imbarazzo, “mi scusi, ma ho del lavoro da sbrigare, e…”
“Oh, sì, certo.” Si aggiustò l’onda di capelli che le cadeva sulla fronte. “Mi perdoni, ma quando sento che la mia tranquillità è messa a repentaglio da pazzi che se ne vanno in giro come se niente fosse a terrorizzare quelli come noi, io perdo il controllo.”
“È comprensibile.”
“Ciò che importa, è che lei stia bene.”
“Grazie mille, signora.”
“Le auguro buona giornata, signor Anselmi.”
“Buona giornata anche a lei, signora Simonelli.”
La donna uscì.
Quelli come noi”, sussurrò Michele, mentre guardava la donna allontanarsi dal suo negozio.
Qualche ora più tardi, ricevette un’altra visita.
Era il giovane signor Horvat, l’avvocato mattiniero e zelante.
“Sigor Anselmi, buongiorno.”
Michele, intento a lucidare una cornice in argento, si voltò e vide l’avvocato. “Qual buon vento.”
“Ho saputo…”
“Credo,” lo interruppe, “che lo sappiano tutti, ormai.”
“Be’, certo.” L’avvocato si avvicinò a Michele. “Ha già sporto denuncia, vero?”
“Naturalmente.”
“E non sa chi possa essere?”
“No.”
“Comunque, se avesse bisogno di un avvocato, anche in altre circostanze – ma è chiaro che le auguro di non averne mai bisogno – sappia che io sono a sua completa disposizione.”
“La ringrazio.”
“Ora devo tornare in studio.”
“Certo.”
“Ricordi,” disse, mentre usciva. “Io sono a sua completa disposizione.”
25
“Lo ricorderò.”
“Passi dal mio studio, una di queste mattine.”
“Lo farò senz’altro.”
Il signor Horvat svanì. Proprio così, uscì dal negozio e attraversò in fretta la strada. Gli ci vollero pochi secondi per uscire dal campo visivo dell’antiquario. E quando ricomparve, Michele capì che era venuto il momento di chiudere.
Quando anche l’ultimo scuro li assicurò dagli occhi indiscreti dei cittadini, la statua si animò.
“Finalmente, da soli.”
In tutta risposta, la statua gli sorrise.
Parlarono a lungo, quella sera. E quando la stanchezza cominciò ad appesantire le sue palpebre, Michele augurò una buonanotte alla statua e salì in casa. Infilò il pigiama e si apprestò a dormire. Ma fu attirato da un movimento alla sua sinistra, dal proprio riflesso nello specchio. La vista della propria faccia lo colpì. Rimase a lungo a guardarla. C’era qualcosa di diverso, nella sua espressione. I lineamenti sembravano più distesi. Come il cuore, disse una voce nella sua testa. Mentre fissava gli occhi che gli restituivano un identico sguardo, constatò che quel giorno, per la prima volta dopo dodici lunghi anni, non aveva pensato all’incidente.
Come il cuore.
Si mise a dormire.
Quella notte, non avrebbe sognato Agata e i figli che non avrebbero mai avuto, né la promessa di amore eterno incisa nel tronco di quell’albero. E il mattino seguente, si sarebbe svegliato con un rinnovato senso della vita.


12
Ma il mondo riserva sempre qualche bella sorpresa.
Trascorsero molti giorni, da quando la statua lo aveva ringraziato per la prima volta, sospendendo il regolare corso degli eventi cui l’uomo dà nome di realtà. Da quel giorno, il rincorrersi di soli e lune, il susseguirsi dei giorni e delle notti, per Michele non furono più gli stessi. I suoi occhi splendevano dell’antica luce di una felicità assopita per troppo tempo, le sue parole echeggiavano il remoto suono di rianimate gioie. Tutto questo lo distrasse dalla ferrea costanza dell’assioma secondo il quale anche la più sincera delle promesse è destinata a non essere mantenuta.
Quella mattina, Michele uscì per fare acquisti. Serrò tutti gli scuri, spinse bene il lungo paravento che aveva acquistato per coprire totalmente la vetrina e nascondere così alla vista dei passanti l’interno della bottega, salutò la statua e uscì.
La statua rimase a lungo davanti al paravento, ma il suo desiderio di guardare fuori, che si era accresciuto nel corso di quelle settimane, interruppe la sua immobilità.
E lei infranse la promessa.
Spinse indietro uno dei pannelli, facendolo ruotare sulle cerniere, e i suoi occhi bianchi e lucidi ammirarono finalmente il grigio splendore della strada attraverso il vetro e la scritta che su esso era stampata:

{ s c r i t t a s p e c u l a r e }
Michele Anselmi
Antiquario

Guardò le auto sfilare come carri allegorici lungo la strada, la gente che si muoveva e parlava e rideva. Vide un ragazzo che scivolava sui pattini e un cane che scodinzolava al guinzaglio.
Ma qualcuno vide lei.
Una bambina sul marciapiede opposto smise di far balzare la palla e inchiodò gli occhi su quella donna che sbirciava la città attraverso la vetrina del negozio di antiquariato. Guardò i suoi capelli bianchi, i suoi seni bianchi, i suoi occhi bianchi e lucidi privi di pupille. E quando il suo terrore raggiunse l’apice, lasciò cadere la palla dalle mani e corse via piangendo. Corse per vicoli e piazze, urlando di creature spaventose, di mostri bianchi e lucenti che uccidevano gli uomini con i loro sguardi da megere.
“Che succede, piccola?” le chiese un uomo, fermando la sua corsa disperata.
“C’è un mostro,” rispose lei tra i singhiozzi.
“Un mostro?”
Altri passanti si avvicinarono.
“Dietro il vetro.”
“Quale vetro?”
La bambina non rispose, continuò a piangere.
“Portami là.”
“Ma perché piange,” chiese una donna.
“Dice di aver visto un mostro,” rispose qualcuno.
“Adesso portami dal mostro,” insisté l’uomo.
La bambina annuì.
La statua era ancora dietro il vetro, estasiata dalla fiammeggiante meraviglia che il giorno le offriva. Lo stesso incanto che l’avrebbe consegnata all’oscurità.
Quando l’uomo giunse a destinazione, condotto dalla bambina e scortato da un corteo di curiosi, si sentì il cuore in gola e si portò una mano ala bocca per impedirsi di gridare.
“La bambina aveva ragione,” disse una voce mista di stupore e paura.
“È nel negozio del signor Anselmi.”
“Forse lo ha ucciso.”
“Oh, mio io.”
“Bisogna chiamare la polizia.”
“Sì, la polizia. E presto, anche.”
“Vado io.”
La folla cresceva, lo stupore pure.
“Guarda verso di noi.
Guardano me.
“Vuole ucciderci.”
“Guardate i suoi occhi.
“No, non guardateli.”
Alla folla si aggiunse lo zelante avvocato Horvat, che per la seconda volta, in tre anni di esercizio, lasciò lo studio.
Guardano me.
“Ma che succede?” chiese.
“Quell’essere ha ucciso il signor Anselmi.
“Ma cos’è?”
“Non lo vede?”
“Un mostro.”
“Il diavolo in persona.”
Improvvisamente, la statua si nascose e richiuse il paravento.
“È scomparsa.”
In quel momento, giunse la polizia, e con essa il sindaco.
“Qualcuno mi ha detto che c’è un mostro,” esordì il sindaco Moretti. “E dove sarebbe questo mostro?”
Una donna indicò il negozio di antiquariato.
“Ha ucciso l’antiquario.”
Mi hanno vista.
“Cosa ha fatto?”
“Noi crediamo che lo abbia ucciso, perché lui non si vede.”
“Deve averlo fatto a pezzi.”
Il sindaco si rivolse a un poliziotto. “Mi porti il megafono.”
“Agli ordini, signore.”
“Dovremmo distruggerlo.”
“Sì, ha ragione.”
“Prendiamo tutto quello che riusciamo a trovare e lanciamolo contro il vetro.”
Mi hanno vista.
“Sono d’accordo.”
“Non prendete decisioni affrettate,” disse il sindaco.
“Ma è un mostro.”
“Io non l’ho ancora visto, ma se lo è voglio essere il primo a sferrare il primo colpo.” Tornò il poliziotto con il megafono. Il sindaco ci parlò dentro. La voce metallica generata dal megafono si diffuse per la strada. “Signor Michele Anselmi,” chiamò. “Va tutto bene?”
Non ottenne risposta.
“Non risponde.”
“È morto.”
“Non possiamo esserne certi,” disse il sindaco. “Michele Anselmi?”
Fu allora che l’antiquario svoltò l’angolo e vide quella folla di persone che guardava in direzione della bottega.
“No,” sussurrò.
E la sua vita si sgretolò nuovamente.
Un uomo si accorse di Michele e urlò: “L’antiquario!”
Tutti si voltarono verso Michele, che lasciò cadere le buste che teneva in mano e corse all’interno del negozio.
“È vivo!”
“Avete visto come è fuggito?”
“Sembrava che sapesse.”
“Oh, mio Dio.”
“Lo teneva nascosto.”
“Lui ha minacciato le nostre vite.”
“I nostri bambini sono in pericolo.”
“Siamo tutti, in pericolo,” rettificò il signor Horvat. “E pensare che gli avevo offerto il mio aiuto.”
“Offerto?” chiese qualcuno, incredulo.
L’avvocato era un noto taccagno.
“Per modo di dire, naturalmente.”
Quando Michele entrò in negozio, vide la statua riparata all’ombra di un angolo.
“Mi dispiace.”
Lui esitò. “Non potevo evitarlo.”
Fuori, la folla urlava il suo nome ed esigeva spiegazioni.
“Non potevo tenerti nascosta a lungo. E non potevo pretendere che accettassi di restare chiusa qui, senza mai poter vedere quel che c’è al di là di questo posto. Il tuo sogno era guardare fuori. E i sogni devono essere realizzati. Tu hai realizzato quelli di entrambi.” Mentre parlava, sentiva le lacrime in gola. “Ed io ti sono grato.”
“Mi dispiace.”
“Non devi dispiacerti. Non hai fatto nulla. Io avrei agito allo stesso modo.”
Michele sentì la folla avvicinarsi.
“Verranno qui.”
Qualcuno cominciò ad armeggiare con la maniglia della porta, mentre molte ombre si muovevano al di là della vetrina. Il sindaco continuava a parlare al megafono e le sirene delle auto della polizia cominciarono a strillare in quel luminoso mattino di primavera.
“Non potrò tenerli fuori a lungo.”
“Lo so.”
“Tu sei una statua e loro hanno visto solo una statua.”
Michele sapeva di mentire a se stesso e che i cittadini, là fuori, non gli avrebbero creduto. Loro avevano visto un mostro muoversi nel suo negozio e avrebbero distrutto la statua per essere sicuri che si trattasse solo di una figura di marmo.
“Nient’altro che questo.”
I rumori contro la porta crescevano.
“Devo finire il lavoro,” disse improvvisamente la statua.
“Quale lavoro?”
“Quello che hanno interrotto i ladri.”
Michele avrebbe voluto opporsi, pronunciare una parola che dissuadesse la statua dal suo proposito, ma non disse nulla. Sapeva che quella era l’unica soluzione. Se non lo avesse fatto lei, lo avrebbero fatto i cittadini che si agitavano come furie scatenate. Lei era un pericolo per loro, una creatura mostruosa che avrebbe turbato il loro sonno e pervaso le loro giornate di diffidenza e paura. Lui non avrebbe mai potuto convincerli del contrario. Il loro equilibrio era affidato all’esattezza di una vita regolare e priva d’inciampi straordinari, all’evidenza dell’inganno che sorreggeva occhi incapaci di cogliere sfumature e cuori sottratti alle delizie offerte da prodigi prodighi di sogni e commozioni diversi, alla consuetudine di una normalità deviata dall’alterigia di credersi superiori ed unici.
Non avrebbe potuto essere diversamente.
La porta stava per cedere.
“Addio.”
Lui la salutò con lo scintillio delle lacrime negli occhi.
La statua allargò le braccia all’epilogo di quell’esistenza e si chinò in avanti. Il lucido marmo delle sue membra rifletté la luce che veniva da fuori mentre precipitava al suolo. L’antiquario guardò l’abbandono della statua con il cuore in gola. Quando la roccia toccò il pavimento s’infranse in mille pezzi che saettarono per tutto il negozio, e Michele sentì – stavolta non si trattava di una sensazione – il grido di disperazione e rassegnazione di un sogno che precipitava nel pozzo buio della felicità negata.
Solo allora, la porta si aprì.
“Dov’è?” gridò qualcuno, irrompendo nella bottega.
L’antiquario ricacciò indietro le lacrime e si voltò. “Cosa?”
“Il mostro.”
”Non c’è nessun mostro, qui.” Invitò gli intrusi a guardare i frammenti di marmo bianco sul pavimento. “Non c’è mai stato.”
“Ma la bambina l’ha visto.”
“E anche alcuni di noi, l’hanno visto.”
Quelli come noi.
Il sindaco Raffaele Moretti si fece largo tra la folla. “Io non l’ho visto, ma se i signori, qui, dicono che c’era un mostro…”
“Se non lo vedete,” disse Michele senza smettere di contemplare le rovine della sua gioia, “vuol dire che non c’è.”
“Sì, ma…”
“Era una statua.” Respirò profondamente. “Solo una statua.”
“Ma noi l’abbiamo vista muoversi.”
“Vi siete ingannati, signori.” Michele si avvicinò lentamente alla folla. “Un ritorno improvviso di un’anta del paravento ha urtato la statua. Tutto qui. Avete creduto ai vostri occhi. Per la prima volta, in vita vostra, lo avete fatto. E siete stati traditi.”
Nessuno disse niente.
“Ora, se permettete, deve mettere ordine.”
Nella mia vita, concluse la voce dentro di lui.
Andarono via tutti, trascinando fuori curiosità e disprezzo, mentre lei lasciava di sé solo memorie e pianti.
Quella sera,
Michele è al volante della sua auto.
l’antiquario chiuse la bottega quando il signor Horvat attraversò la strada portandosi sul marciapiede opposto, girò la chiave nella toppa e diede un’ultima occhiata al negozio,
Accanto a lui, Agata lo guarda e parla con un’espressione raggiante.
prima di spegnere la luce e salire le scale che conducevano all’appartamento al piano superiore.
Di tanto in tanto, lei si volta a guardare qualcosa sul sedile posteriore.
Quando aprì la porta d’ingresso
Dallo specchietto retrovisore, Michele vede due bambini che sonnecchiano, l’uno appoggiato all’altro, e sorride.
il buio che premeva sui suoi occhi gli rammentò il silenzio e il vuoto stesi sulla casa come sudari.
Viaggiano lungo una strada ai cui lati sfilano alberi in fiore.
E l’angoscia gli gocciolò nel cuore.
È la strada che percorrono ogni volta che tornano a casa dopo aver fatto visita agli zii di Michele. Agata indica al marito un albero, uno dal tronco largo. Quando sono abbastanza vicini, Michele vede un cuore inciso nella corteccia al cui interno sono scolpite le loro iniziali. Alla base del tronco, c’è un cumulo di rocce bianche e lucide.
Lui guarda la moglie e le accarezza la guancia con una mano.

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